giovedì 4 gennaio 2018

Sinistro - Sangue Cássia: quel morbido velo di tristezza

(Recensione di Sangue Cássia dei Sinistro)


Musica ed antropologia si mescolano molto spesso andando oltre a quello che può  essere una lettura più folkloristica di come un determinato genere sia nato e cresciuto in simbiosi con un gruppo etnico e sociale. Questo non è un blog dotto e non pretendo che lo sia, perché non ho le competenze per farlo, ma se c'è qualcosa che m'interessa maggiormente è quel punto dove queste caratteristiche s'intrecciano e si mescolano con dei generi più "globali". M'interessa perché quelle creature miste sono quelle più interessanti ed innovatrici.

Sangue Cássia

Il terzo LP dei portoghesi Sinistro è un'opera molto fedele di quello che significa mettere insieme le radici musicali della propria terra ed i gusti musicali, quello che ci fa vibrare musicalmente. Intitolato Sangue Cássia sarebbe molto semplice lasciarsi portare per le prime considerazioni che saltano subito alla vista. Per esempio l'aspetto linguistico con la scelta della band di cantare in portoghese. Queste scelte, dal mio  punto di vista, hanno sempre un'importanza che trascende un aspetto prettamente comunicativo. Non si tratta soltanto di riuscir ad esprimere al meglio le idee che ci sono dietro senza andar a perdere delle sfumature traducendo da una lingua ad un'altra. E' anche un aspetto di musicalità, della lingua che diventa uno strumento musicale. Questo disco, se fosse stato cantato in inglese avrebbe avuto tutto un altro colore, sarebbe diventato più piatto e banale. Ma non è questo l'unico aspetto che rende unico questo lavoro. C'è un sapore che si presenta dall'inizio alla fine, un sapore che è anche un profumo, che è anche un paesaggio, che è anche una fotografia, che è anche un suono. Insomma, dall'inizio alla fine questo disco sa di Portogallo, delle caratteristiche proprie di questa interessantissima nazione.

Sangue Cássia

Sangue Cássia non è soltanto questo. Non è una cartolina della nazione del fado. Questo nuovo disco dei Sinistro è  un crocevia tra quello che di proprio e particolare ha questa nazione e quello che significa muoversi tra le acque dell'ambient doom. In tutti i casi questa unica definizione mi sembra anche molto limitante, perché sebbene, la tipologia più presente dei suoni scelti dalla band girano intorno a questo genere ci sono tante altre cose che vengono ad allinearsi nelle tracce che possiamo ascoltare in questi nuovo lavoro. In un certo modo la capacità emotiva è così presente da far pensare che la band è in linea con l'intenzione di due progetti olandesi: i The Gathering ed i DOOL. Naturalmente bisogna mantenere le distanze e non lasciarsi impressionare da questa sensazione, che alla fine è soltanto quello: una sensazione. Dovuta sicuramente all'affascinante protagonismo del canto femminile che ha la capacità di essere ipnotico e sicuro. Per lo tanto siamo sicuramente dentro al doom ma inglobandoci maggiormente in quello che possiamo, in modo approssimativo, definire come alternative metal. Brani che funzionano molto bene, dunque, e che raccontano di una band che ha chiaro dove sta e dove vuole arrivare.

Sangue Cássia

Ci sono certi dischi che hanno un potere evocativo unico. Ascoltare Sangue Cássia è perdersi tra le strade delle bellissime città portoghese, è far entrare quella luce dorata che si filtra tra il buio, è assaporare quello retrogusto legnoso del vino di Porto, è immaginare delle strade coperte di foglie cadute. E' un disco bello com'è bella la nazione da dove provengono i Sinistro, è un disco unico perché tutto quello che riesce a comunicare viene fatto senza forzature e senza cadere nello scontato discorso folkloristico e culturale. 

Sinistro

Voglio pescare due brani che dimostrano con chiarezza qual è la strada che viene percorsa in questo disco.
Il primo è Abismo. Ascoltando i primi secondi sembra di essere di fronte ad un disco doom in piena regola. Ma la svolta avviene nel ritornello. Lì dove il doom è carente ecco la forza della band. E' la luce che si filtra, e la brezza dell'atlantico che arriva puntuale, è la forza dell'emotività e di quella tristezza velata e preziosa. Bellissimo.
Il secondo è Gardenia. In un certo modo viene replicata la formula del brano di prima ma la differenza sta nel carattere globale della canzone. Meno cattiva, meno oscura ma non per quello meno funzionale. Anzi, questa è una di quelle canzoni che rimangono impresse in testa e che si negano assolutamente di abbandonare la mente dell'ascoltatore, cosa che capita soltanto quando si riesce ad individuare un brano delle stesse caratteristiche.


La cartolina che ci regala Sangue Cássia non è  soltanto qualcosa di turistico o di geografico. C'è qualcosa di molto più trasversale, c'è una presenza fortissima che è la stessa degli scritti di Saramago, delle salite del Barrio Alto di Lisboa, del sapore del vino di Porto. Tutto con naturalità, tutto con l'unica intenzione di esprimere musicalmente quello che significa l'appartenenza e l'amare, nello stesso tempo, un genere musicale molto più "universale".

Voto 8/10
Sinistro - Sangue Cássia
Season of Mist
Uscita 05.01.2018

mercoledì 3 gennaio 2018

Top 10 album 2017

Ulver


Nel 2017 appena trascorso se c'è qualcosa che posso affermare è che è stato l'anno dove ho ascoltato il maggiore numero di dischi inediti della mia vita. Circa 160 album sono finiti per essere recensiti su questo blog e non smetterò mai di ringraziare tutte le case discografiche ed agenzie di management che mi permettono di avere accesso in anteprima ad una marea immensa di dischi interessantissimi. Il tempo non è mai abbastanza per regalare il meritato ascolto al 100 per 100 di quello che mi viene ricapitolato ma certo sempre di garantire almeno un ascolto aperto a qualsiasi materiale mi capiti tra le mani.
Andare a selezionare solo 10 tra tutti questi dischi non è un compito semplice e bello ma ci ho provato. Anche questa volta, come è successo l'anno scorso con la classifica dei Top 10 album 2016, il primo in classifica è un disco che col tempo si è dimostrato immenso, sensazione che, invece, era stata un po' velata ai primi ascolti.
Ecco la mia personalissima classifica dei Top 10 album 2017.

  • N°10 Neun Welten - The Sea I'm Diving In
The Sea I'm Diving IN

Un sussurro morbido che sa di eleganza e di oscurità. Un lavoro che tocca l'anima rapendo l'ascoltatore. 
(la recensione completa la trovi qui)


  • N°9 The Ruins of Beverast - Exuvia
Exuvia


Tribale, moderno, implacabile, unico. Il black metal non è mai stata così ipnotico. Un lavoro incredibile, sciamanico e geniale. Strane creature appaiono in cosmologia nuova.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°8 The Hirsch Effekt - Eskapist
Eskapist


Curiosamente queste tre posizioni della mia classifica provengono tutte e tre dalla Germania e sono molto diverse tra di loro, sia come genere che come contenuto. In particolare questo disco è un urlo d'intelligenza e di sensibilità, una dimostrazione che l'arte non è arte e basta. Questa è una fotografia fedelissima del 2017, un anno dove l'odio sembra essere stato il protagonista per tante persone.

(la recensione completa la trovi qui)


  •  N°7 DOOL - Here Now, There Then
Here Now, There Then

Non si tratta solo di una super band, non si tratta solo di un disco suonato con grandissima energia. Questo lavoro è uno di quei dischi che attraversano tutti gli stati d'animo immaginabili. E' complesso ed estremamente facile nello stesso tempo. E' ricercato ed effettivo con una naturalità disarmante.

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°6 Below the Sun - Alien World
Alien World


Arriva dalla Siberia uno dei migliori dischi di questo 2017 ed una delle opere post metal più interessanti di quest'anno. Un disco fantascientifico  che dimostra che il legame tra letteratura e musica è una fonte infinita di creatività.

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°5 Major Parkinson - Blackbox 
Blackbox


Se esiste un genere saturo dove difficilmente è possibile regalare nuova prospettive questo è il rock progressivo. Per quello la genialità di questo disco ha un peso molto più importante, perché veramente è riuscito a regalare nuovi orizzonti. Tutto ciò grazie alle contaminazioni, alle strizzatine d'occhio verso l'elettronica, all'autoironia, alla voglia di divertirsi. Disco indispensabile. 

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°4 Pain of the Salvation - In the Passing Light of Day
In the Passing Light of Day


Dal mio punto di vista questo è un periodo storico dove molti mostri sacri del metal progressivo stanno perdendo colpi. C'è una regressione generalizzata e tante grande band danno dei passi falsi. Ed invece ci ritroviamo con questo disco, un disco che ha una chiave fondamentale: l'essere sentito fino in fondo, l'essere un'esercizio d'esorcismo di un periodo buio che non fa altro che dare un nuovo e profondo senso al significato della vita.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°3 Yurodivy - Aphos
Aphos


Il gradino più basso del nostro podio è riservato ad una band che a tutti gli effetti è un'outsider, un nome che sicuramente non sarà presente in nessuna altra classifica di fine anno. Ed invece la poetica che si mescola con il post hardcore e il mathcore di questo lavoro ha un'impatto che pochi altri dischi di questo 2017 sono riusciti ad avere su di me. Il mio invito più vivace è quello di ascoltare assolutamente questo disco. 

(la recensione completa la trovi qui)


  • N°2 The Soundbyte - Solitary IV
Solitary IV


E' difficile essere obbiettivo quando si ha a che fare con i musicisti che si celano dietro a questo progetto. Alla distanza degli anni sono sicuro che si guarderà con occhi molto più attenti verso il legame musicale lasciato da una band meravigliosa come i The Third and the Mortal, e questo lavoro non è soltanto l'eredità musicale del gruppo norvegese ma è anche un nuovo modo di concepire la loro musica e di scoprire le tracce di una colonna sonora che mi accompagna da più di vent'anni.

(la recensione completa la trovi qui)

  • N°1 Ulver - The Assasination of Julius Caesar
The Assasination of Julius Caesar


Fare sembrare semplice un disco completissimo. Costruire un disco "pop" che è tutto tranne che pop. Nel 2017 non c'è stato alcun altro disco così intelligente come questo qua. Un disco che non ha alcuna paura ed alcun preconcetto, un disco costruito dalla genialità di chi ha saputo reinventarsi continuamente, perché ciascuno di noi è un essere in costante evoluzione.

(la recensione completa la trovi qui)


La musica sempre ci regala nuovi spunti, questa è la dimostrazione. Buon 2018 a tutti! 

domenica 31 dicembre 2017

Pissboiler - In the Lair of Lucid Nightmares: tutti i colori del buio

(Recensione di In the Lair of Lucid Nightmares dei Pissboiler)


Trovo che uno degli aspetti più difficili ed insormontabili, nel mondo della musica, sia quello di rompere con i preconcetti. Generalmente si tende a mettere delle etichette su tutto, cercando così di limitare ad un terreno conosciuto quello che si ascolta. E' qualcosa che capita sempre, come se si dovesse per forza associare le cose, senza lasciare alcun spiraglio ad altri tipi di creatività. Per quello quando vengono fuori degli sforzi che rompono queste dinamiche bisogna essere sempre riconoscente e felice. Sono questi gli sforzi di rottura e costruzione, sono questi gli sguardi che si rivolgono all'evoluzione e alla voglia di continuar a costruire un linguaggio musicale inarrestabile.

Molto onestamente devo affermare che uno dei generi musicali che mi è più difficile seguire più a fondo è il funeral doom. Non perché abbia delle caratteristiche più ostiche con rispetto a tante altre correnti musicali ma ben sì perché molto spesso mi sembra che sia un genere che rimane sempre congelato, che non offre niente di nuovo e che non ha abbastanza sfumature come per differenziare quello che fa una band di questo mondo piuttosto di un'altra. Per quello il primo LP degli svedesi Pissboiler mi sembra incredibilmente interessante. Questo disco, intitolato In the Lair of Lucid Nightmares, è un lavoro che per la prima volta mi porta ad ascoltare con entusiasmo questo genere. Ma occhio, il perché farà capire che è, da una parte, questo fascino è figlio di una piccola "trappola". E sì, perché non possiamo parlare di un disco "puro" ma dobbiamo fare i conti con un'insieme di generi che ruotano intorno al funeral doom senza posizionarsi mai dentro. Per lo tanto sì è possibile affermare si aver a che fare con un disco di quel genere ma non è possibile attribuirle quello'etichetta al 100 per 100. 
Per fortuna è così, perché dalla mia umile opinione ogni disco nuovo dovrebbe essere uno sforzo di novità, un regalo all'arte di nuove vie da percorrere e non un girare in tondo incessante. 

In the Lair of Lucid Nightmares

I generi che s'intrecciano in questo In the Lair of Lucid Nightmares sono il già ampiamente nominato funeral doom, il drone metal e lo sludge, quest'ultimo presente in modo più nascosto. Generi che sicuramente hanno delle caratteristiche facilmente associabili ma che non erano stati, molto spesso, messe insieme con nuove intenzioni. E' lì che radica il grande pregio dei Pissboiler. Il loro modo di scrivere e "raccontare" si dissocia da quello primordiale del loro genere di appartenenza e si avvicina molto di più ad un'oscura intimità che ha anche delle sfumature surreali. Musicalmente è una ricerca di bellezza dove in pochi riescono a scoprirla. E' uno sforzo profondo che si nutre della varietà delle tracce regalate da questo disco. E' una strada mai dritta dove ogni curva ci porta a scoprire nuovi paesaggi inaspettati. Grazie a questa dinamicità nulla rimane statico e quella qualità "melmosa" del funeral doom viene cancellata lasciando spiraglio al passaggio di nuovi impulsi.

Colorare il buio può sembrare un controsenso, un'utopia, un'azione priva d'intelligenza ed invece è uno sforzo bellissimo. Colorare il buio è imparare a giocare con certi colori, è sapere dosare la quantità di nero che si deve utilizzare. In the Lair of Lucid Nightmares è pieno di sfumature da scoprire piano piano, perché a prima sguardo potrebbe sembrare una macchia inerte ma dopo si svela un disco pieno di dettagli, molti dei quali fanno capire l'intelligenza della band che c'è dietro a questo lavoro. I Pissboiler non solo danno l'impressione di mettere dentro quello che amano ma sanno anche farlo in modo di essere sempre dinamici e mai scontati.

Pissboiler

Sono quattro le tracce di questo lavoro, quattro anime che si susseguono con molta naturalità. Per quello spendo qualche parola per ciascuna di loro.
Ruins of the Past potrebbe sembrare a tutti gli effetti un brano funeral doom ma sono le incursioni sludge e la ricerca di melodie che lavorano benissimo quelle che lo accrescono e lo rendono unico.
Stealth presenta la prima apertura veramente interessante di questo lavoro. E' un piccolo brano strumentale dove elementi post s'intrecciano lasciando chiaro che non c'è un'unica via percorribile.
Pretend it Will End è uno degli altri brani dove si capisce che l'intenzione della band è quella di costruire creazioni che non rimangano statiche. Per quello funeral doom, sludge e post metal sembrano tutti figli di una madre unica e lì dove uno non ci arriva ecco l'altro pronto a dare un contributo.
Il disco si chiude con Cutters ed è qua che un'altra anima prende il totale protagonismo. In questo caso è il momento del drone metal, delle lunghe distorsione di chitarra che sfidano le frequenze più basse per portarci su dei mondi che sono tutt'ora sconosciuti. 


In the Lair of Lucid Nightmares è uno di quei dischi che sorprende per tanti aspetti. Dobbiamo considerare che ci troviamo di fronte al primo LP dei Pissboiler ma la sicurezza e concretezza nelle idee che ne vengono espresse sembrano frutto di un perfetto intendimento tra i tre membri della band, tre musicisti con un'idea molto chiara: suonare tutto quello che amano racchiudendolo in un progetto unico. Bell'azzardo ma molto ben riuscito.

Voto 8/10
Pissboiler - In the Lair of Lucid Nightmares
Third I Rex
Uscita 25.12.2017

Pagina Facebook Pissboiler
Pagina Bandcamp Pissboiler

martedì 12 dicembre 2017

Ne Obliviscaris - Urn: in apparenza un mare bellissimo

(Recensione di Urn dei Ne Obliviscaris)


Qual è il formato perfetto nel rock o metal? Qual è la formazione ideale che una band deve avere per fare bella musica? Che strumenti non devono mai mancare? Queste domande sono il nulla, perché se la  musica ci indica qualcosa è che quando c'è talento ben poco importa come vengono fatte le cose, l'importante è farle. Sono anche gli scombussolamenti degli schemi quelli che hanno glorificato la carriera di tanti artisti. Viva dunque la sperimentazione, viva la voglia d'innovare quando ci hanno i mezzi artistici per farlo.

Molto spesso ci ritroviamo a meditare sul fatto che la musica è finita, nel senso che ormai tutto è stato invitato e l'evoluzione che viviamo non è che un rimescolare delle carte che ormai conosciamo molto bene. Io non credo che sia così, perché ancora ho la fortuna di emozionarmi di fronte a certi brani e a certi artisti che mi fanno ascoltare delle cose piene di gusto figlio della novità. Per quanto riguarda il disco del quale vi parlerò quest'oggi sembra essere abbastanza chiaro che la musica che lo compone nasce dalla necessità di esprimere con chiarezza certe idee partendo da elementi già ascoltati e conosciuti nella musica. Il disco in questione è Urn degli australiani Ne Obliviscaris. Dico e segnalo che la novità è limitata perché la costruzione dei brani della band sono senz'altro una ricerca dentro a dei campi già conosciuti, infatti la loro grazia non sta proprio dentro a quella che potremmo definire come un'aria moderna ma ben sì nel modo nel quale la band si nutre di una serie di caratteristiche che vengono processate in modo di dare un'identità unica. La musica della band prende le sembianze di un oceano nel quale confluiscono molti fiumi di caratteristiche diverse. Ed è proprio nel modo di vedere e vivere quest'oceano che sta la chiave di svolta. Come si sa bene l'acqua è un elemento complesso, vitale ma letale. Bisogna saper scrutare le acque prima di tuffarsi, in modo di capire esattamente dove e come nuotare.

Urn

Questa diventerà dunque, in qualche modo, una guida su come approcciarsi e nuotare dentro alle acque dei Ne Obliviscaris e in concreto in quello che è il loro ultimo lavoro Urn. La prima cosa da sapere è che si tratta di un oceano bellissimo, di acque cristalline. Ma occhio, il fatto che il fondale sia osservabile dalla superficie non vuol dire che non siano profondissime queste acque. Infatti è proprio così, se a un primo sguardo sembra semplice nuotare dopo ci si rende conto che un conto è quello che si vede, un altro è quello che è. L'oceano non più di acque ma di idee della band si alimenta di diverse fonti, fonti che dalla parte musicale hanno a che fare col progressive metal, col tech metal, con un certo tipo di symphonic metal e con altri elementi che possiamo unire nello extreme metal. Vale a dire una capacità preziosa e complessa di dominare il proprio strumento e metterlo in funzione al lavoro che tutti gli altri musicisti seguono. Questo disco richiede un certo livello esecutivo che non è alla portata di tutti. Poi c'è la parte più difficile che è quella di mettere insieme i pezzi per vedere con chiarezza qual è l'immagine che nasconde preziosamente il puzzle. Il lavoro che la band svolge in questo senso è un lavoro che ottiene dei notevoli risultati perché le costruzioni musicali sono solide, basate su fondamenta che reggono la maestosi degli adorni che non solo restituiscono delle realizzazioni massicce ma anche curate, belle e ricercate. Per quello ci sono diversi interventi affidati al violino, che incanta, per quello ci sono due voci in registri molto diversi, per quello la chitarra fa vedere tutta una serie di risorse, per quello le linee di basso non sono mai banali, per quello la batteria è una macchina che non si ferma mai.

Urn

L'ambizione deve essere alla pari della consapevolezza delle condizioni che ciascuno ha. Per quello Urn è un disco molto ambizioso. Le condizioni musicali degli Ne Obliviscaris sembrano non voler sapere di confini o di compromessi. Per quello la coabitazioni di tre o quattro generi è un atto naturale come quando osserviamo giorno dopo giorno un monumento maestoso. Ci sembra parte della nostra geografia urbana, di quello che è il nostro intorno. Ma se non ci fosse la nostra vita quotidiana perderebbe molto. 

Ne Obliviscaris

Pesco due brani da questo lavoro.
Il primo è  Libera (part 1) Saturnine Spheres. Brano d'apertura del disco che mette subito in chiaro le cose. Giri complessi ritmica e armonicamente, cambi costanti, voci che si giostrano il protagonismo, ingressi precisi e nostalgici di un violino scalpitante.
La seconda è Urn (part1)And Within the Void we are Breathless. Brano che permette di capire la concezione sonora della band, la voglia di giocare con gli elementi che compongono la loro musica fino a creare una costruzione unica. In questo senso è molto interessante vedere quello che fa il violino.



Urn ha un doppio sapore. Da una parte da l'impressione di essere di fronte a qualcosa di conosciuto e risaputo. Dall'altra c'è la sensazione di novità, di un modo unico di concepire e realizzare i brani che mettono in atto tutta la ambizione della band. I Ne Obliviscaris sanno che la costruzione di un linguaggio proprio inizia dove finisce quello che è stato fatto fino ad adesso.

Voto 8/10
Ne Obliviscaris - Urn
Season of Mist
Uscita 27.10.2017

Pagina Facebook Ne Obliviscaris

domenica 19 novembre 2017

Monophona - Girls on Bikes Boys Who Sing: binari paralleli

(Recensione di Girls on Bikes Boys Who Sing dei Monophona)


La musica è sognare, aprendo le porte ad un mondo idealizzato, un mondo che si trova ad anni luce dalla nostra realtà. La musica è uno sforzo immenso, perché la musica non si limita a raccontare il mondo, quello ideale o quello reale, ma cerca anche di fare capire che le cose possono essere molto diverse di come sono. Se il mondo assomigliasse di più alla musica sicuramente vivremmo molto meglio, più felici, più compressi, più tolleranti.

Il terzo disco dei lussemburghesi Monophona nasce da una consapevolezza molto interessante, cioè che il mondo che viviamo in questo 2017 è molto diverso da quello che poteva immaginarsi ogni componente della band quando era piccolo. Forse può sembrare qualcosa di forzato, o di troppo scontato ma se ci mettiamo a pensare, a visualizzare quello che siamo stati e quello che siamo credo che questa riflessione non solo diventa assolutamente valida ma è anche molto interessante. Per quello, nel loro particolare modo d'interpretare la musica, Girls on Bikes Boys Who Sing è un disco rabbioso, un disco che va a prendere l'acido come idea musicale arrivando ad esaltare questo concetto. E' un lavoro bello ed interessante perché anche se questi sono gli impulsi che mettono in moto quest'intero lavoro tutto diventa personale, elegante e molto ben pensato. E' un lavoro di testa, d'intelligenza, uno di quei lavori assolutamente personali ma che lascia un segno. Torno a ripetere, come già affermato altre volte, che il disco più impattante non è quello che urla di più ma bensì quello che riesce attraverso l'arte a raccontare un punto di vista, un modo di vedere le cose, una sensazione, un pensiero, un'idea che nasce piccola e cresce a dismisura. 

Girls on Bikes Boys Who Sing

Viene detto che quello che è suonato dai Monophona sia un electro indie con molte sembianze di trip hop. Come al solito credo che le definizioni siano riduttive ed aiutino soltanto a capire qual è la direzione che può prendere un album, ma è poi l'ascolto quello che fa l'effettiva differenza. Nel caso di Girls on Bikes Boys Who Sing indubbiamente la mescola tra acustico ed elettronica, tra analogico e digitale è alla radice del risultato finale di quello che possiamo ascoltare. Ma non si tratta soltanto di quello, anzi, la strada che ciascuno sceglie per cercare di esprimersi al meglio è solo una conseguenza di quello che si cerca di raccontare e del momento particolare che si attraversa. Con questo voglio dire che non so se è fattibile pensare che con una formazione diversa e degli elementi sonori diversi la musica della band sarebbe diversa, credo che la risposta rimane sospesa a metà. Qualcosa cambierebbe ma molte altre rimarrebbero esattamente come possiamo apprezzarle in questo lavoro. E la giustificazione a tutto ciò sta nell'idea che è alla genesi di questo lavoro, alla voglia di raccontare un mondo che ci sta sfuggendo dal controllo dal punto di vista di tre musicisti che vorrebbero tutta un'altra realtà. 

Non c'è niente come il conflitto. Dove c'è conflitto c'è tensione, c'è la disperata ricerca di una soluzione o di una risoluzione. Questo Girls on Bikes Boys Who Sing è pieno di conflitto, di voglia di smuovere le acque perché si prenda coscienza di quello che non va nel nostro mondo. I Monophona non hanno bisogno di urlare, non hanno bisogno di essere cattivi ma il loro messaggio arriva lo stesso diretto, intenso e saggio. C'è la nostalgia in ogni linea di chitarra, c'è una dose di acidità in ogni base elettronica, c'è un profondo sentimento in ogni parola cantata, perché l'idea è quella di lasciare una traccia e così è.

Monophona

Tre brani che indicano molto bene quale sia la direzione voluta dalla band con questo disco sono:
Courage, brano d'apertura del lavoro che fa capire subito qual è il mood che accompagna l'intero lavoro. Per quello la chitarra è malinconica, la voce particolare, che regala un timbro unico, sembra quasi sussurrare le parole senza per quello perdere effettività. L'elettronica diventa un modo di condire tutto quanto.
Tick of a Clock è invece rabbioso, potrebbe sembrare il brano più spinto dell'intero lavoro ma la sua grazia sta nella sua capacità di andare da una parte all'altra con calma, con la consapevolezza che la voce urlata deve entrare solo in certi punti, e che dopo ci deve essere, per forza, il respiro. 
The Benefit of the Doubt ha invece un sapore molto più elettronico, è il trionfo del digitale sull'analogico ma dando ancora più grandezza al discorso musicale della band. E' un brano bellissimo, una di quelle canzoni che potrebbero essere usate in centinaia di spot pubblicitari perché hanno insieme alle parole un carico molto ricco di immagini. Bellissimo.


Ci sono due binari che viaggiano insieme, uno è quello del mondo reale, di quello che vediamo e viviamo sempre, un altro è quello di come vorremmo che le cose fossero, ed è un binario che nel tempo si sviluppa prendendo delle direzioni molto diverse. Asseconda il nostro modo di vivere, di crescere, di cambiare la volontà di quello che pensiamo sia il meglio per noi. Questo Girl on Bikes Boys Who Sing è un disco che parla proprio di come si distanziano questi due binari, di come qualcosa che sembrava che dovesse andare in una stessa direzione improvvisamente prende tutta un'altra destinazione. Questo disco diventa assolutamente interessante perché è la testimonianza di come i sogni si distanziano dalla realtà ma non per quello ci si smette di credere. Lavoro molto coraggioso, questo dei Monophona.

Voto 8/10
Monophona - Girls on Bikes Boys Who Sing
Kapitän Platte
Uscita 20.10.2017

giovedì 16 novembre 2017

Katla - Mó∂urástin: il risveglio del vulcano

(Recensione di Mó∂urástin dei Katla)


Si finisce sempre per assomigliare ai posti dove si vive. Come se ci fosse in atto un incantesimo dove l'intorno governa sulla personalità, dove l'ambiente ti aliena fino a farti diventare un altro elemento di quello che si vede e si vive. Dove c'è il sole la gente è festosa e luminosa, dove c'è l'ombra la gente si riserva e, così come al buio gli occhi devono abituarsi prima di vedere, bisogna saper conoscerli per vedere tutti gli aspetti del loro modo di essere ed apprezzarlo significativamente. Inutile dire che questa non è una regola fissa ma per tante cose si verifica sempre.

Mó∂urástin

Il senso di appartenenza si traduce in molti modi, nelle storie che si raccontano, nella lingua locale che si usa per esprimere le proprie idee, nell'orgoglio verso la propria storia e la propria cultura. In Mó∂urástin il senso d'appartenenza va anche un po' più in là. Questo perché i Katla prendono spunto per definire la loro musica da uno degli elementi più caratteristici, spettacolari e magnificenti della loro terra: i vulcani. Anzi, nel loro caso è il vulcano che regala il nome alla band a essere il punto d'inizio di molte idee. Potrebbe sembrare che ci tocca stare di fronte ad un disco energicamente illimitato, un disco distruttivo che non lascia spazio ad alcuna sfumatura ma non è così. E come al solito è qua che sboccia la magia. Come fa quest'album ad essere vulcanico essendo lo stesso un lavoro pieno di sfumature e di contaminazioni? Grazie ad un'idea molto più vasta ed ampia della loro musica. Katla, il vulcano, è un gigante che si sveglia quando vuole, l'ultima volta 99 anni fa, e quando lo fa modifica in modo significativo la geografia locale. Sopra di lui 300 metri di giaccio si sciolgono regalando al mare 5 chilometri quadri di terre inondate. Per quello è guardato con rispetto, venerazione e paura. Facciamo adesso l'esercizio di riportare questa idea a quello che può essere una personalità musicale molto definita e quello che salta fuori è la musica di questo progetto islandese.

Mó∂urástin

Come puoi modificare la geografia dei sentimenti e degli affetti? Essendo unico, essendo originale, essendo essenziale per il modo di vedere le cose e di viverle. Mó∂urástin è così. E' un disco che si nutre di ambienti oscuri bellissimi, di atmosfere post rock, di momenti di dark wave, di metal molto misurato e di elementi che sarebbe magari esagerato chiamare folk ma che denotano l'importanza di essere un disco nato in Islanda. Magari questa formula non vi è nuova, magari vi vengono in mente altri progetti che mettono insieme questi ingredienti ma la musica è alchimia, magica e misteriosa, e l'elementi che nasce da questo insieme chiamato Katla non ha uguali. Infatti è molto interessante vedere come tutto quello che si ascolta in questo disco tira fuori due sensazioni precise: sicurezza e personalità. Questo perché anche se si tratta di un disco debutto i due musicisti che sono gli autori di tutto quello che ascoltiamo sono dei personaggi navigati, di grande esperienza, visto che nel loro passato musicale possiamo leggere dei nomi così significativi come SólstafirFortí∂ e Potentiam. Ma se c'è qualcosa che fa diventare tutto quanto più affascinante è che questa creatura effettivamente può prendere spunto dal loro passato musicale ma finisce per diventare una creatura piena di vita propria. Insomma, un vulcano che si è risvegliato.

Mó∂urástin

L'impatto che si può avere quando si fa qualcosa è sempre molto particolare. Ma se una cosa è chiara è che chi lascia un'impronta indelebile non è chi colpisce più forte ma chi riesce ad entrare nella vita degli altri. Mó∂urástin fa parte di quella categoria di dischi che non passano mai inosservati. E' un disco che affascina, che ci porta a voler viaggiare in solitario o con la compagnia giusta per lunghe strade piene di curve, con i finestrini abbassati a sfidare l'aria glaciale, perché non c'è nulla di più rivitalizzante di quello. Katla si è svegliato, e per fortuna l'ha fatto, perché l'emotività esige eventi come questo.

Katla

A rischio di sembrare ripetitivo torno a fare un'affermazione con la quale mi sono ritrovato altre volte: ci sono certi dischi che devono, per forza, essere ascoltati dall'inizio alla fine. Questo ne è uno. Limitarsi a spulciare solo pochi brani è limitante. Grazie all'ascolto completo l'epicità di una chiusura come Dulsmál prende ancora più grandezza, un brano centrale e fondamentale come Mó∂urástin può non essere capito fino in fondo con i suoi contrasti, con la sua vicinanza col black metal, con la bellezza degli interventi vocali femminili. Senza quest'ascolto globale un'apertura di album come quella regalata da Aska non funzionerebbe come questo spalancare le porte  verso un nuovo mondo. Dunque fatevi un favore e ascoltate questo disco per intero.


Mó∂urástin è una metafora, un modo di dimostrare che non esiste alcuna altra connessione possibile se non quella tra uomo e natura. Quel che siamo e quel che viviamo, è la nostra capacità d'adattamento, la nostra consapevolezza di non essere governanti ma di essere governati da qualcosa di magnifico che ha una potenza che noi non avremmo mai. Lavori come questo dei Katla lasciano in chiaro che la saggezza si conquista guardando il mondo e imparando a rispettarlo, a cogliere i suoi frutti, a prendere la sua energia e farla propria. Non è soltanto la miglior via ma è l'unica. Benvenuto vulcano.

Voto 9/10
Katla - Mó∂urástin
Prophecy Productions
Uscita 27.10.2017

mercoledì 8 novembre 2017

Adimiron - Et Liber Eris: vivere il presente

(Recensione di Et Liber Eris degli Adimiron)


La bellezza di scrivere un blog, nel giorno d'oggi, è che lo puoi fare ovunque, basta avere una connessione ad internet. Per quello molti dei post che avete avuto modo di leggere sono stati scritti nelle più variopinte situazione, per essere nel bar di un molto popolato centro commerciale all'ora di punta di una domenica estiva, o in una piazza desolata dove una salvatrice rete wifi gratuita acconsentiva di lavorare egregiamente. Ma la maggioranza di quello che scrive nasce nella città che da più di tredici anni è la mia casa. Mi riferisco a Brindisi, posto pieno di contrasti e di aspetti che potrebbero portare a odiare di più questa città piuttosto che amarla. Come capita con le piccole realtà quando qualcuno "ce la fa" il senso di ammirazione da parte dei concittadini si esaspera e si venera il personaggio in questione. Qualche anno fa qualcuno mi nominò una band che, anche se stabilita a Roma, aveva avuta la sua genesi in questa città. Per quello sento che c'è un particolare legame che mi porterà a raccontarvi questo disco in modo leggermente diverso da quello che di solito faccio.

Una sola volta ho incontrato Alessandro Castelli, mente dietro agli Adimiron. Non so neanche quanti anni sono passati ma era una caldissima serata estiva e suo padre me lo presentò in mezzo ad una cena in circolo d'ufficiali della Marina. Era strano vedere a Brindisi qualcuno con idee musicali diverse dalle mie, qualcuno che all'epoca era riuscito già a girare un po' con la sua band non solo in Italia ma anche in giro per l'Europa. In un certo modo mi diede l'impressione che quel ragazzo stesse vivendo quello che qualche anno prima avrei potuto vivere io, quando vivevo a Madrid e suonavo in una band meravigliosa chiamata As Light Dies che di lì a poco avrebbe vissuto il suo primo tour europeo.
Da allora gli Adimiron  ne hanno fatto di strada, aprendo con certi per grandissime band, suonando in giro in diversi punti del globo terrestre, costruendo e presentando tre dischi. L'ultimo, Et Liber Eris, è quello che ha la mia attenzione in questo post. Credo che arrivare a pubblicare questo disco con una casa discografica pazzesca, come è l'Indie Recordings norvegese, sia un bellissimo punto d'arrivo. Ma per essere arrivati a quel punto c'è dietro un lavoro costante e, soprattutto, la capacitò di aver scritto un disco degno di essere diffuso a scala mondiale. 

Et Liber Eris

Et Liber Eris arriva puntuale come una dichiarazione d'intenzioni, come un manifesto di quello che reputo sia non soltanto una voglia creativa ma proprio un modo d'interpretare la filosofia musicale dentro alla quale gli Adimiron si rispecchiano. Per quello questo disco può suonare molto alla "X" piuttosto che alla "Y", dove X ed Y sono una serie di gruppi che si muovono nello spettro che mette insieme progressive metal, death metal, technical metal e uno che altro genere più o meno estremo, ma, guardando approfonditamente quello che fa la band è solo quello che veramente vuole fare. Per quello le tracce di questo lavoro sembrano avere un'anima progressiva, nella complessità delle proprie strutture, nelle ritmiche inseguite, prese e mescolate, ma questo lavoro è anche un disco dotato di un certo genere di aggressività, di una personalità che viene messa alla luce con orgoglio. Aggiungiamoci un terzo mondo, che potrebbe sembrare assolutamente non in linea col secondo, cioè un aspetto melodico. Questo terzo disco della band romana è pieno zeppo di melodie che ti entrano nella testa e non ti abbandonano più. 
Come mai possiamo ritrovare tutto quanto in un singolo lavoro? Perché questo è un disco aperto, è un disco che diventa un riflesso dell'evoluzione del metal dove, per fortuna, i purismi sono cosa del passato, sotterrato sotto parecchi metri, e c'è spazio a queste aperture musicali preziose. Capiamoci, gli Adimiron non sono i primi a fare un ragionamento di questo tipo ma sono presenti con la propria, forte, voce. 
Et Liber Eris

La forza di Et Liber Eris è la capacità di lasciare una traccia. C'è chi impazzirà dietro alle dissonanze della chitarra o ai riff ricercati, c'è chi vedrà nella sezione ritmica una serie di costruzioni bellissime ma c'è anche chi si ritroverà a canticchiare tra sé e sé il ritornello di una di queste canzoni o, ancora di più, a fare quello che succede a me in questi giorni, cioè costruire la mia colonna sonora attuale usando la musica degli Adimiron. La complessità di questo disco è allo stesso tempo la sua chiave.

Adimiron

E' difficile individuare punti più alti o altri più bassi in questo disco, per quello la selezione di brani che faccio corrisponde a quelli che, per un motivo o l'altro, più mi hanno toccato.
Il primo è Zero-Sum Game. Per chi mi ha toccato? Perché mi ricorda il tempo d'oro degli Opeth, quello di fine anni 90 e dei primi anni 2000. Quelli Opeth che hanno segnato un'epoca. Ma quando tutto sembra andare in quella direzione ecco che il brano cambia e giunge ad altre destinazioni. Oltre a tutto ciò la sezione ritmica di questo brano mi piace tantissimo, il dialogo tra batteria e basso diventa prezioso con il suo gioco di sincope, di accenti e di contrasti. 
Dicevo che un'altra componente di questo disco era quella melodica, cioè la capacità di costruire dei brani che ti rimangono impressi in testa grazie al loro carico emotivo. Il punto più alto in quel senso viene toccato con The Coldwalker. Se prima ho citato gli Opeth ora devo chiamare in causa i Leprous, perché qui siamo di fronte alla materia che i norvegesi conoscono perfettamente, vale a dire quella di dare ai propri brani una dimensione emotiva immensa, la composizioni di brani che potrebbero sembrare quasi pop ma che sono tutto tranne che quel genere, una specie di trappola mortale, sembra tutto bello ed immediato ma è come la vita: incasinata e complessa.


Sono felice che ci siano dischi come Et Liber Eris, perché il presente è il momento più bello di sempre, poco importa se nel passato sono state fatte cose meravigliose o se il futuro si prospetta luminoso. E' proprio l'adesso quello che bisogna vivere intensamente e gli Adimiron, con questo disco, ci parlano dell'adesso del metal, che è bellissimo, che è ricco, che è una promessa, quella di regalarci per anni ed anni dei dischi da consumare fino allo sfinimento. 

Voto 8,5/10
Adimiron - Et Liber Eris
Indie Recordings
Uscita 03.11.2017