lunedì 25 settembre 2017

7C - Compartment C: freddo come il sistema

(Recensione di Compartment C dei 7C)


La modernità è delirante. E' un motore che non si ferma mai e che ha bisogno di una maggiore produttività di volta in volta. Purtroppo viviamo così immersi in questa realtà da non rendercene conto di quanto viviamo male. Ci sembra normale che una azienda produca 24 ore al giorno per 7 giorni. Ci sembra normale che i grandi centri commerciali non chiudano mai. Ci sembra normale che i turni di lavori spesso non prevedano delle pause durante settimane. Siamo schiavi di un sistema che ci è stato imposto, schiavi della necessità di guadagnare per poi spendere. Schiavi di quello che abbiamo permesso che accadesse. 

Con Compartment C il trio abruzzese 7C ci regala un'interpretazione strumentale della modernità. Quando si ha a che fare con dischi senza parole, e dunque senza un orientamento più o meno definito, diventa molto ampio il raggio d'interpretazioni di quello che si ascolta, ma credo che in questo caso sia abbastanza semplice andare in un'unica direzione. La musica che troviamo in questo terzo lavoro della band è una musica frenetica, acida, ossessiva, rumorosa. E' un macchinario che non cessa mai il suo movimento proiettando l'ascoltatore in un mondo che non è assolutamente lontano da quello che viviamo di giorno in giorno. Questo è un disco puntuale, nel senso che non sgarra neanche un punto, che diventa così robotico come il nostro mondo. E' un disco pieno di controllo, come siamo permanentemente controllati attraverso le camere di videosorveglianze o attraverso gli smartphone che ormai lasciano una traccia di tutto quello che facciamo, di dove andiamo e quanto tempo rimaniamo in ciascun posto. Ed è un disco freddo, che lascia ben poco spazio a sentimenti ed emozioni. 

Compartment C

Per riuscire a trasformare tutto quanto descritto precedentemente in musica i 7C fanno affidamento ad una qualità strumentale invidiabile. Si sente che non solo siamo di fronte a tre musicisti che conoscono perfettamente i loro strumenti ma vanno anche oltre. In Compartment C c'è spazio alla sperimentazione, alla ricerca sonora di un settaggio che non solo da novità al ruolo di ciascuno degli strumenti ma che sia assolutamente in linea con quello che il disco vuole esprimere. Per quello sembra, ascoltando i brani di questo disco di stare di fronte a molto più di tre "semplici" musicisti ma in realtà è così. Molte cose mi ricordano le improvvisazioni dei King Crimson degli ultimi trent'anni ma con uno sguardo che fissa molto di più il metal. Per quello credo che sia abbastanza corretta la definizione di avant-jazz rock alla quale ci aggiungerei un aspetto di sperimental metal. Inutile dire che se non ci fosse un grande dominio dei propri mezzi un disco come questo sarebbe stato impossibile da concepire. 

Compartment C è un disco che dev'essere letto al di là di quello che potrebbe sembrare il suo messaggio iniziale. Non si tratta soltanto di una specie di colonna sonora dell'industrializzazione moderna, non si tratta soltanto del riflesso di quello che possono essere le grandi metropoli ed i loro ritmi frenetici. Dal mio punto di vista la corretta lettura di questo lavoro dei 7C deve estendersi a tutto quello che viviamo oggi, a quello che sono le proposte di mercato che ci arrivano, al modo di essere istruiti per affrontare questo mondo. Dentro a tutta la evidente freddezza di questo disco si nasconde una spiritualità quasi filosofica. Senza parole il discorso della band è tagliante e scava nel profondo dei nostri pensieri.

7C

Voglio selezionare due brani che fanno capire bene la dimensione di questo lavoro e anche le eventuali aperture che ci sono dentro.
Il primo è Approaching a City. Sembra il racconto di quello che vive un provinciale che capita in mezzo ad una grande città. E' un brano dove batteria e chitarra travolgono le linee del contrabbasso che cerca di godersi una libertà che non riesce a trovare tutto lo spazio che riesce. Tanto che i ruoli si scambieranno, come se il nostro protagonista fosse "rapito" ed omologato dentro al polso della città, che non consente alcuna ribellione. 
Il secondo è Depression ed è il brano che si distanzia un po' da tutto il resto del disco. Forse è l'unico momento più introspettivo, dove la freddezza lascia spazio all'esplorazione interna di quello che succede dentro alla testa di qualcuno che vive in mezzo a questa ragnatela dalla quale è impossibile scappare. La depressione è il modo di reagire del corso, della mente, dell'anima. E la band riesce perfettamente ad individuare i suoni della depressione, la profondità triste di quei pensieri, la lotta tra la voglia di cambiare situazione e quello che ti trascina ancora più giù. E' un brano prezioso, molto, molto interessante.


Compartment C merita un ascolto approfondito perché fuori da quello che potrebbe essere un lavoro esperimentale e di avanguardia ci sono molti altri messaggi. Questo dei 7C non è un disco semplice e molta gente si troverà a disaggio di fronte a queste note ma è un lavoro che diventa un fedele riflesso del sistema che ci governa. L'individualità è un'illusione, siamo soltanto quello che alimenta una dinamica che è, quasi, impossibile abbandonare.

Voto 8/10
7C - Compartment C
DeAmbula Records
Uscita 29.09.2017


domenica 24 settembre 2017

Godhead Machinery - Ouroboros: l'uomo è il maggior nemico dell'uomo

(Recensione di Ouroboros dei Godhead Machinery)


E' opinione più o meno condivisa che quello che motiva di più a creare qualcosa d'artistico sia la voglia di sfogo o d'esternare sensazioni negative. C'è chi sostiene che quando si è felici non c'è bisogno di "perdere" tempo creando qualsiasi cosa perché bisogna vivere e godersi la felicità e basta. Naturalmente questa non è una regola fissa, visto che generi come il pop hanno maggiore fonte d'ispirazione nella gioia, per quello generalmente i brani sono molto più leggeri.

Il primo disco degli svedesi Godhead Machinery è un lavoro che trova ispirazione in tematiche che possono tranquillamente essere segnalate tra i mali maggiori del nostro mondo. Per quello è significativo il titolo di questo disco, chiamato Ouroboros, perché sembra voler simbolizzare il paradosso dell'uomo, capace di essere il governante del mondo ma allo stesso tempo essere fonte della propria distruzione. In questo caso l'accento viene messo alle divisioni create dalle religioni, alla piaga sociale che è la corruzione e il modo nel quale queste due tematiche finiscono per "mangiarsi" il mondo, volendo stabilire un controllo assoluto o cercando di arricchire quanto più possibile una piccola élite. Per farlo la band svedese si affida ad un black metal molto tecnico con diverse aperture, disegnando un panorama apocalittico ma molto fedele di quello che è la nostra realtà.

Ouroboros

Forse difficilmente un disco può cambiare le sorte del mondo, ed è impossibile pensare che questo Ouroboros riesca ad essere la luce di svolta dei nostri problemi ma è importante che la musica sia un trasporto d'idee, di sensazioni, di ribellione. Per quello lo sforzo di gruppi come Godhead Machinery è molto valido. In questo lavoro convivono molti elementi che danno un colore particolare a quello che viene cantato e suonato dalla band. Non si tratta solo dalle tematiche dei brani ma anche da come musicalmente vengono accompagnati. Per quello diventa molto interessanti che non ci sia una fossilizzazione dentro alla musica del gruppo. Infatti la grinta ed energia di certi brani trovano dei momenti di maggiore di riflessione con interventi mirati che fanno diventare tutto quanto molto più maestoso. Credo che sono queste sottigliezze quelle che danno molto gusto a questo disco e lo fanno diventare un'opera validissima di una nuova band. Non sempre tutto quello che viene suonato è tecnico o appartenente al mondo del black metal, per quello si tende ad inglobare il lavoro del gruppo dentro alla definizione di extreme metal, un'altra classificazione molto soggettiva che dice tutto e niente.

Devo fare una piccola confessione, ci ho messo un po' di tempo a capire ed apprezzare correttamente due mondi musicali come il black metal o il extreme metal. Forse mi lasciavo portare per i pregiudizi che vedevano quei generi come tante urla e poca sostanza, come se fossero forzatamente blasfemi e nichilisti. Invece addentrandomi in queste sonorità ho scoperto degli orizzonti vastissimi che regalano un modo assolutamente diverso di lavorare con la musica, dove la bellezza è molto più nascosta, ma quando viene scoperta è ancora più importante. In certi momenti questo Ouroboros mi ha rinnovato questa sensazione, dandomi modo di essere trasportato dentro al mondo musicale dei Godhead Machinery e trovarmi molto bene dentro. Non credo che sia una cosa facile da farsi per nessun gruppo dunque tanto di capello a questa band.

Godhead Machinery

I due brani che più mi hanno toccato sono:
The Plague. Forse una delle tracce che permette al meglio di capire qual è l'intenzione sonora della band e come riescono a mettere insieme tutto quello che musicalmente gira intorno al loro modo di fare musica. Per quello troviamo momenti di vero black metal che tendono a tratti verso qualcosa più sinfonica, grazie al lavoro delle tastiere, ed invece, in altri momenti, si avvicina a qualcosa di molto più tecnico. Viene fuori un brano molto rotondo ed interessante.
Praise the Flesh. E' la canzone che chiude questo disco ed è il brano che diventa in un certo modo più "mid tempo". Non ha la necessità di essere devastante come gli altri ma diventa più introspettivo e dal mio punto di vista operazioni come queste finiscono per costruire canzoni ancora più significative. Infatti questo è, per me, il miglior brano di questo disco. Un brano che ricorda un po' quello che fa Ihsahn, pronto a regalarci momenti sinfonici, altri tecnici, certi aspetti del passato musicale del metal ma una grande, grandissima carica emotiva che funziona molto bene.


Fino a quando l'uomo continuerà ad essere il suo primo nemico? Mi sembra impossibile rispondere a questa domanda perché sembra che parte della nostra propria natura sia quella dell'autodistruzione. Siamo mossi dalla cecità del potere, del sentirci superiori senza misurare quello che significa andare su quella strada. Ouroboros è un disco che dimostra che la musica può aprire gli occhi, che bisogna scuotere le anime addormentate del nostro triste tempo. Buonissimo debutto dei Godhead Machinery.

Voto 8/10
Godhead Machinery - Ouroboros
Inverse Records
Uscita 29.09.2017

sabato 23 settembre 2017

Row of Ashes - Let the Long Night Fade: camaleontico adattamento

(Recensione di Let the Long Night Fade dei Row of Ashes)


Quanti aspetti e sfumature può avere la nostra personalità? Sin da piccoli siamo stati abituati ad avere a che fare con persone dai più svariati caratteri, e noi stessi ci siamo sviluppati crescendo in un modo particolare di essere. Ma dentro al nostro stesso carattere ci sono tanti aspetti diversi, possiamo passare da stati di tranquillità ad altri di disperazione, di rabbia o molte altre cose. E' qualcosa di naturale, di normale, una specie di eterna lotta con noi stessi. Perché com'è naturale tutto vorremmo stare bene sempre ma non è possibile. E quando decidiamo di condividere il nostro tempo ed i nostri spazi con qualcun altro sono questi cambiamenti di carattere quello che diventa l'aspetto più difficile di vita.

Let the Long Night Fade è il primo disco dei londinesi Row of Ashes e ci permette di conoscere una band camaleontica, pronta ad offrirci un ventaglio di sensazioni e di sentimenti pian piano che scorrono i brani di questo disco. Chiave in questo senso è il lavoro vocale femminile perché i ranghi che riesce a toccare la voce ci portano da una dolcezza nostalgica fino ad una grinta graffiante. Naturalmente l'ausilio della parte musicale aiuta a che queste sensazioni vengano amplificate. Questa dinamicità è chiave per capire questo lavoro e quella che sembra essere l'essenza della band. Infatti sia il gruppo che questo disco diventano delle specie di contenitori dove confluiscono tutte le idee e le volontà di quattro musicisti con percorsi diversi e con gusti diversi. Sono un fermo sostenitore di esperimenti del genere, perché quando c'è l'ambiente giusto per fare confluire tutta una serie di inquietudini musicali allora nasce qualcosa di nuovo ed invariabilmente, col corso del tempo, si finisce per creare un linguaggio musicale interessante.

Let the Long Night Fade


Ma quali sono i mondi musicali che girano intorno alla musica dei Row of Ashes? Come al solito diventa un esercizio abbastanza incomodo cercare di elencare tutto quello che si sente dentro a questo Let the Long Night Fade ma certi aspetti vengono fuori con chiarezza. Forse a regnare su tutto è una bella propensione sludge metal ma vissuta a mo' dei Neurosis, vale a dire con immensa personalità e con la voglia di non rimanere inchiodati solo a questo mondo. Infatti le vie trasversali per le quali fugge la musica della band sono ampie ed interessanti. Per quello vediamo anche diversi aspetti di post metal ma anche dei flirt più o meno dichiarati con una dimensione più dark ed alternativa. Infatti questo disco è sempre immerso in una dimensione oscura, ma nella quale l'oscurità è a due vettori. Uno che sembra esterno e che colora tutti gli aspetti della musica della band, la voglia di avere un suono più acido che cattivo, di essere a metà strada tra la nota ed il rumore. L'altro invece è interno, ed è lì che tutto diventa più vellutato, che la voce prende una strada dolce, bella, molto melodica, ma mai felice, mai luminosa, Questo è il lavoro portato d'avanti dalla band, questa la sua voglia di essere originali e la capacità di esserne riusciti.

Questo Let the Long Night Fade è un disco molto interessante. Sorprende la capacità di una band giovane come Row of Ashes di avere tanta sicurezza, soprattutto perché la loro idea sonora non si sviluppa in una sola linea o genere, ma si nutre di contaminazioni trasversali. E' come avere a che fare con una persona che riesce continuamente a cambiare carattere ma ogni parte che va vedere è molto interessante. Questi londinesi hanno tutta la forza per rubarsi la scena, bisogna tenerli d'occhio.

Row of Ashes

Pesco due canzoni.
La prima è la title track e sin da subito ci fa capire qual è la voglia della band. Cioè quella di non essere racchiusa in un solo mondo musicale. E' un brano che cambia molto essendo bello lungo ma funge da perfetto riassunto di quello che fa il gruppo. Molto interessante.
La seconda ha l'impronunciabile titolo di 12.5907786999999987 55.6852689. Se si tratta di coordinate ci ritroviamo in mezzo al mare Arabico, altrimenti personalmente non so di cosa si tratta. Ma concentriamoci sul brano, che è meglio. Come vi avevo detto in questo disco attraversiamo tutta una serie di momenti, come se fossero dei cambi caratteriali. Questo capita anche in questo brano, dove la voce, ed insieme ad essa la musica, passa da essere molto dolce ad essere grintosa come in altri momenti, ma non è la stessa energia, qua si tratta come se fosse quasi un urlo disperato. In tutti i casi questo è un brano perfetto per capire che cosa sa fare la band.


Credo che sarà molto interessante seguire le orme dei Row of Ashes perché questa loro propensione di essere dinamici e di abbracciare tutta una serie di personalità musicali è degna di essere approfondita per dare nascita ad un loro modo di fare musica. Intanto questo Let the Long Night Fade permette di farci un'idea molto chiara su quali sono le strade musicali che riescono a intraprendere molto brillantemente. Ottimo debutto.

Voto 8/10
Row of Ashes - Let the Long Night Fade
Third I Rex
Uscita 24.09.2017

venerdì 22 settembre 2017

Chelsea Wolfe - Hiss Spun: l'apice raggiunto

(Recensione di Hiss Spun di Chelsea Wolfe)


Cosa deve succedere nella carriera di un artista per diventare un punto di riferimento? Quando e come un artista riesce a dare il grande salto che lo trasforma in una voce unica dentro quello che fa? Non esiste una regola fissa che dia risposta a queste domande, perché la storia ci dimostra che ciascun artista che si è conquistato un posto nell'olimpo della musica ha avuto una strada diversa. Per qualcuno tutto è successo velocemente, per qualcun altro ci sono voluti parecchi anni prima che ci fosse un riconoscimento globale delle proprie qualità. Ma purtroppo ci sono anche dei casi di artisti che alla distanza di anni dalla loro scomparsa sono riusciti ad essere apprezzati per quello che hanno fatto per la musica.

La sensazione, per quanto riguarda Chelsea Wolfe, è che di disco in disco il suo spazio dentro alla musica contemporanea sia sempre più grande e saldo. Forse per questo c'era una grande aspettativa nel voler sentire il suo nuovo lavoro Hiss Spun. La sensazione che veniva fuori è che con ogni nuova uscita la sua personalità ci guadagnava e veniva sempre più definita, in quel senso c'è da dire che questo nuovo disco non solo dà conferma a tutto quello che conoscevamo della Wolfe ma ci aggiunge nuove idee e nuove sonorità.
Ma faccio un passo indietro, perché credo sia fondamentale iniziare a delineare quale sono le caratteristiche che hanno reso questa artista una delle voci più interessanti dell'attuale panorama musicale alternativo. Dico alternativo e non rock o metal perché questo è un primo punto di forza o di conflitto per quanto la riguarda. Chelsea Wolfe è e non è rock, Chelsea Wolfe diventa sempre più metal senza essere un'artista metal. Chelsea Wolfe Gioca col essere folk o neo folk ma lo è sempre di meno. Chelsea Wolfe è gotica senza avere alcun bisogno di usare trucchetti gotici. In altre parole la cantante statunitense ha il pieno potere sulle sue creazioni, su quello che vuole fare senza dover conto a nessuno tranne che a sé stessa. E per quello non c'è nessuna come lei, nessuna che riesca a muoversi in contemporanea su terreni diversificati dove non c'è mai un'unica direzione, dove lei riesce a saltare di una parte all'altra come chi passeggia dentro alla propria casa.

Hiss Spun

Credo che tutto quanto ho detto prima in questo Hiss Spun prende ancora più peso. Nel passato musicale di Chelsea Wolfe c'erano stati dei dischi che tendevano sempre di più verso un orientamento. Per quello ci sono stati lavori più folk, altri più dark, altri più ambient. Questo invece è un disco che ha degli spunti fortissimi come mai prima, per esempio la svolta metal, quasi black metal, di Vex, ma allo stesso tempo è un disco che infonde una sicurezza unica, un modo di dire: questa è Chelsea Wolfe, in tutto e per tutto. E il personaggio che viene fuori è fottutamente affascinante. L'apertura mentale che porta a suonare e vivere dentro a tanti generi è un riflesso della personalità dell'artista.Un'artista che sa che per impattare l'ascoltatore bisogna usare due vie: quella dell'energia e quella dell'intimità. Questo disco gioca con entrambi i mondi. E' bestialmente potente in molti momenti, nella scelta sonora, che prosegue quello ce avevamo sentito su Abyss, ma è anche intima ed eterea, come uno spirito che attraversa l'aria. Tutto con la personalità della Wolfe, con quel suo modo di mettere un velo sopra a tutto dando l'impressione di assistere all'ascolto di qualcosa di surreale, di qualcosa che si trova in una dimensione molto vicina alla nostra ma che non è proprio la nostra. Infatti questo è un altro punto fondamentale nella comprensione di questo disco: Chelsea Wolfe è inarrivabile. Non è possibile mai entrare nel suo stesso piano, non è mai possibile vedere la sua anima nuda. Lei ci offre quello che vuole senza dare alcuna spiegazione, senza mai pretendere di aprire il suo cuore. Questo disco, come tutta la sua discografia, sono delle piccole opere d'arte che rispondono alle inquietudini della loro creatrice ma nessuno ci permette d'annidarci dentro all'artista.

Hiss Spun

Hiss Spun diventa dunque il disco più equilibrato della Wolfe fino ad oggi. Tutto ricorda la strada che ha fatto fino ad arrivare al punto dove si trova oggi e s'intravedono spiragli di quello che ci sarà nel suo futuro. Credo che non sia sbagliato affermare che questo è un disco di chiusura di un ciclo. Per quello tutto quello che conoscevamo di lei fino ad adesso in questo lavoro sembra ancora più imponente, ancora più logico dentro alla sua logica, ancora più brillante dentro alla sua ricerca d'oscurità. 


Chelsea Wolfe


Ci sono tre brani che fanno capire perché questo disco diventa uno dei passi più sicuri dati dalla artista.
16 Psyche ha tutta l'energia che ha dimostrato nel suo disco anteriore ma in sembra molto più controllata, è un'energia che non fuoriesce da tutte le parti, che non ha l'urgenza di un urlo ma è perfettamente utilizzata, con una sapienza invidiabile.
Vex è la novità. E' un brano che se non fosse di Chelsea Wolfe sarebbe un ibrido tra balck metal e industrial. Invece qua diventa una canzone inqualificabile, una materia prima con la quale l'artista ci costruisce una sua scultura. Mai la Wolfe si era spinta in questa direzione come ha fatto con questo brano.
The Culling. La figura della Wolfe è sempre il centro di tutto, per quello i panni di cantautrice dark folk le hanno sempre permesso di stare lì, dove gira tutto. Questo è un brano che permette di capire com'è cresciuta, perché inizia con questo tocco cantautoriale molto forte per poi girare pagina e diventare una canzone di un pathos incredibile e bellissimo, sempre in mezzo a questa dimensione eterea. 



E' Hiss Spun il miglior disco di Chelsea Wolfe fino ad adesso? Credo che sia affatto semplice rispondere a questa domanda perché le sue caratteristiche sono molto più ampie degli altri suoi lavori. E' una risposta molto soggettiva. Invece penso che tutti si troveranno abbastanza d'accordo nel dire che siamo di fronte al disco più maturo ed equilibrato dell'artista statunitense. Questo lavoro è la conferma della personalità immensa di una musicista che non ha paragoni.

Voto 8/10
Chelsea Wolfe - Hiss Spun
Sargent House
Uscita 22.09.2017

giovedì 21 settembre 2017

Vulture Industries - Stranger Times: la genialità di giocare col mondo

(Recensione di Stranger Times dei Vulture Industries)


Dal mio punto di vista la fortuna di vivere in questi anni piuttosto di cinquant'anni fa, e la fortuna che alla loro volta avranno quegli che vivranno tra cinquant'anni, è che la quantità d'informazione e di proposte musicali è sempre maggiore. Anzi, la musica è così tanta che diventa assolutamente impossibile essere al passo di tutto quello che viene creato, di tutto quello che esiste. Ma nel limite delle capacità personali è un vero piacere poter avere accesso a decenni e decenni, per non dire secoli, di musica. Questo è bellissimo perché chi si addentra nella musica sa che la sua evoluzione non è lineare, che in realtà la musica è una specie di albero che cresce e cresce dando vita a svariate ramificazioni. Da queste ramificazioni a volte nascono altre ramificazioni, a volte questi rami crescono molto velocemente, invece in altri casi sembrano congelati. Riposare sotto quest'albero è la cosa più bella che ci sia, anzi, bisognerebbe cercare di vivere al massimo sotto a quest'albero.

Stranger Times

Immerso dentro a questo fogliame infinito troviamo uno dei progetti più interessanti dell'ultimo decennio e mezzo norvegese. Mi riferisco ai Vulture Industries, annoverati da più di qualcuno come uno dei principali esponenti dell'avantgarde metal. Classificazione molto fragile perché ingloba in essa una serie molto grande di proposte che sembrano non trovare spazio dentro ad altri mondi sonori. Il quarto disco di questa band, chiamato Stranger Times, dà nuove conferme su quello che si sapeva già di questo gruppo, cioè che la loro capacità di creare un loro linguaggio musicale unico ha delle caratteristiche molto più universali di quelle che possono essere riscontrate in altri gruppi avantgarde. Lo spiego in un altro modo, mentre molti gruppi che fanno parte di questo genere tendono ad essere molto ostici e puntano ad un pubblico di nicchia, abituato ad ascoltare delle proposte non "semplicii", nel caso dei Vulture Industries questo non accede. E non perché siano commerciali o "facili", elementi che non permetterebbero assolutamente di parlare di una proposta di avanguardia, ma perché il loro modo di essere originali e propositivi si basa in una strada diversa, strada che ha, per esempio, una grandissima considerazione delle sonorità rock, caratteristica che distanzia la band da tanti altri gruppi che invece approfondiscono il proprio linguaggio musicale dentro al mondo del metal e di un profilo esperimentale che può avere origine nella musica elettronica e nei suoi derivati, come la drone music

Stranger Times

La vera innovazione dei Vulture Industries, che ha permesso alla band di avere un luogo privilegiato dentro alla corrente più innovativa del metal, sta proprio nella loro capacità di applicare questa teoria "rivoluzionaria" ad un universo sonoro molto più ampio. In questo piano Stranger Times diventa forse il punto più alto che hanno mai raggiunto. Questo perché i brani presenti in questo lavoro sono tutti piacevoli, interessanti, curiosi e sorprendenti. Non ci sono mai eccessi o giri improvvisi che fanno andare l'ascoltatore fuori strada, anzi, quando arrivano dei cambiamenti inattesi questi sono epici e funzionano alla perfezione. C'è uno spirito molto teatrale dietro a questo disco, una voglia di dare un'immagine molto scenografica del nostro mondo oggi, di quello che la band definisce come "tempi strani" e come capita spesso lì dove tante riflessioni non arrivano è la musica quella che riesce a farci aprire gli occhi di fronte a quello che viviamo. Essendo così dentro non sempre riusciamo a capire l'assurdo, il fatto che la vita sia diventata così individuale da quasi sprezzare qualsiasi altro essere umano tranne noi stessi e quegli della nostra cerchia. Per quello questo disco è ricco di provocazioni, di giochi sottili che non scandalizzano ma che portano a riflettere.

Stranger Times

Stranger Times è un disco molto intelligente. E' un disco che sembra prendere in giro tutti e nessuno. E' il riflesso di come l'arte sa parlare regalando quello che solo l'arte sa regalare: la genialità. Genialità che sta nell'insieme di generi che confluiscono in questo disco, genialità che sta nel come i Vulture Industries si divertono a far scorrere i loro brani e a inviarci il loro messaggio. Sono sarcastici ma profondamente seri. Sembrano essere fuori dal mondo ma in realtà sono più dentro di tanti altri. Senza rendertene conto l'album scorre, quasi con leggerezza, ma nella tua testa s'insinuano tante immagini che fanno vedere che viviamo in un mondo assurdo, dove è più importante avere l'ultimo telefono tecnologico invece di arricchirsi l'anima viaggiando (e con quei soldi ci si può fare dei viaggi pazzeschi). Geni e basta.

Vulture Industries

Ci sono brani da ascoltare una e mille volte in questo disco. Per me i tre che hanno qualcosina in più sono questi:
Tales of woe. Quanto è importante l'ordine dei brani in un disco? Molto spesso è un dettaglio che si trascura ma che può fare la differenza. La lezione di questo disco è una delle più evidenti di come si deve scegliere lo svolgimento delle tracce di un album. Difficilmente si può trovare un disco che inizi meglio di questo qui, e tutto grazie a questo brano. Un brano che inizia con la stessa essenza già conosciuta dei Vulture Industries ma che a metà fa un cambio che fa accapponare la pelle. Bellissimo, intenso, un brano che cattura e che apre l'appetito, forse il migliore dell'intero lavoro.
As the world burns. Sensuale, oscuro, sarcastico al massimo. Il mondo brucia ma chi se ne frega! Quando ci s'infatua dall'essere più oscuro che ci sia tutto è superfluo, può succedere di tutto ma nulla avrà il peso di quella relazione. Una canzone di amore malato, perché forse tanti degli amori odierni sono malati.
Something vile. Forse uno dei brani più metal del disco. Qua non c'è tanto quel gioco di essere sarcastici, di pescare nell'immaginario per dare delle fotografie assurde. Questo sembra essere un brano che nasce più di getto e viene preso da chi ascolta senza barriere e senza tante riflessioni.


Stranger Times è la conferma di un gruppo che aveva dimostrato di essere proprietario di un modo unico di concepire la musica. Molto meno ricercato e perfezionista di tanti altri progetti ma intellettualmente profondo. I Vulture Industries non soltanto confermano quali sono i motivi che gli hanno portati a diventare una band unica e preziosa ma aggiungono personalità alla loro creatura sonora, essendo in grado di ricordarci che viviamo tempi assurdi, ma solo per colpa nostra.

Voto 8,5/10
Vulture Industries - Stranger Times
Season of Mist
Uscita 22.09.2017

mercoledì 20 settembre 2017

Five the Hierophant - Over Phlegethon: costruttori ed artisti dell'oscuro

(Recensione di Over Phlegethon dei Five the Hierophant)


Cosa ci serve perché la musica ci faccia viaggiare in mondi inimmaginabili? Cosa ci serve perché la musica sia il modo più fedeli di farci sentire quello che sono dei racconti antichi che parlano di posti così particolari da non esistere nella realtà? Io non so rispondere accuratamente a queste domande perché credo che le risposte siano molto relative, ma so che ci sono artisti che riescono a farlo, che ci illustrano luoghi impressionanti facendoci sentire quello che succede lì. E' una delle tante magie della musica, ed è per quello che è infinita.

 La musica strumentale è sempre una musica che ha delle belle sfide da porta avanti. Questo perché non è affatto semplice tradurre con i suoni tutto quello che una voce può dire con chiarezza. Ma forse è proprio questo svantaggio a trasformarsi in un vantaggio. Grazie a quella qualità la musica strumentale parla a tutti e ciascuno traduce il messaggio ricevuto nel miglior modo possibile. I messaggi lanciati dai Five the Hierophant con il loro primo disco, intitolato Over Phlegethon, non avranno infinite letture, perché diventa abbastanza chiaro dove ci vuole portare la band, ma avrà delle sfumature che varieranno d'ascoltatore in ascoltatore. Sarebbe molto curioso chiedere cosa suggerisce l'ascolto di questo loro primo disco e mettere a confronto le risposte. In questa recensione, oltre a darvi qualche piccola informazione su questa band, vi dirò che cosa mi arriva di questo disco.
Per quanto riguarda le informazioni è essenziale partire dal fatto che questa band britannica è composta da tre musicisti. Questo permette già, per chi avrà modo di ascoltare questo disco, di capire qual è la capacità strumentale di ogni musicista. Questo perché in questo disco c'è una grande profusione di strumenti, che oltre alla normale base basso-chitarra-batteria ci regala degli interventi di strumenti come il sax, il violino, lo djembe o gli aerofoni. Per chi si fermasse qua nella lettura di questa recensione potrebbe venire in mente il suono di una band esotica, multiculturale e di marcata linea folkloristica. Niente di più lontano da questo disco. Infatti Over Phlegethon è una lavoro ostico, pesante, avanguardista dove l'innesco di strumenti lontani dalla realtà musicale rock o metal è legata alla necessità di guidare l'ascoltatore nell'inferno sonoro che viene dipinto traccia dopo traccia in questo lavoro. Infatti non ci sono virtuosismi o richiami multiculturali ma sono la necessità di tradurre in suono il meglio possibile quello che si sente. Più che mai gli strumenti sono un mezzo e non la finalità. 

Over Phlegethon

Vi ho già dato qualche piccola indicazione di quello che può essere il mondo musicale dei Five the Hierophant ma andando più nel profondo quello che viene fuori è che anche a livello di generi sembra che tutto sia orientato alla teatralità tetra della musica della band. Over Phlegethon diventa un disco che è molto difficile da classificare, e per quello può venire in ausilio il concetto di avantgarde metal. La difficoltà radica soprattutto nel fatto che diversi momenti richiamano diversi generi. C'è un marcato utilizzo del drone metal che s'intreccia molto fortemente con l'ambient ma c'è anche molto di post metal soprattutto per via delle scelte sonore e dello sviluppo molto prolungato dei brani che formano quest'opera prima. Ma la presenza di quegli strumenti "esterni" all'immaginario metal sicuramente aprono una crepa dalla quale s'intravedono delle traccie di free jazz ma non solo, molti spazi sonori prendono la sicurezza del black metal psichedelico. Indubbiamente siamo di fronte ad un lavoro di creazione meticolosa, ad una capacità di traduzione d'immagini e di racconti in musica, dove tutte le scelte, per quanto riguarda i generi da utilizzare e gli strumenti da chiamare in causa, corrispondono ad un'idea che sovrasta tutto il resto.

Over Phlegethon

Credo che il modo migliore d'immaginare e di visualizzare questo Over Phlegethon sia quello di viverlo come una colonna sonora. Provate ad ascoltare l'intero disco con gli occhi chiusi e vi garantisco che andrete a spasso con la mente tra paesaggi surreali dove personaggi mostruosi mescoleranno natura e artificialità per ballare al ritmo di una musica ipnotica. La musica dei Five the Hierophant è come un cortometraggio di Blu perché gioca con l'immaginazione ma anche con le paure, dando allo stesso tempo tante chiavi di letture che possono risultare delle critiche al nostro mondo attuale. 

Five the Hierophant

Rimarcando un'altra volta che la musica di questo disco corrisponde alla voglia di esprimere al meglio quello che si ha in mente devo dire che non c'è alcuna linearità tra i brani. Qualcuno è oscuro ed ostico, qualcun'altro prende in tutto e per tutto le sembianze di un lavoro drone ma altri sembrano divertirsi al suono di quello che potrebbe essere un'apertura jazz. Insomma, ogni traccia è un mondo a parte. Io mi tengo, soprattutto, queste due:
Queen over Phlegethon. E' la traccia d'apertura del disco e sin da subito il connubio sonoro ci porta a capire che difficilmente si possono trovare dei paragoni a quello che stiamo suonando. Un riff potentissimo di chitarra, che potrebbe provenire perfettamente da un brano di black metal, si mescola con dei djembe e un sax indemoniato. La base diventa un loop alienante che si riempe o svuota lasciando stazio ad una serie di note che prendono quasi delle sembianze di rumore. E' quasi una jam demoniaca che ci dipinge un abisso da osservare con cura.
Der Geist der stets verneint. Se mancavano elementi con questo brano aggiungiamo pure un punto di vista circense, ma di quei circhi che fanno paura, che sono figli di un degrado che si respira dalla prima all'ultima funzione, da ogni dettaglio. Ma c'è anche molto oltre questa canzone. Come sostengo molto spesso quando un brano strumentale è molto ben fatto quello che viene fuori è un racconto tangibile. Questo è quello che viene fuori con questo brano. 


Over Phlegethon è un disco libero. E' un lavoro che non vuole essere inglobato in alcun mondo. E la scommessa che faccio è quella di dire che pure i successivi lavori dei Five the Hierophant seguiranno questa linea. Loro sono dei costruttori, e quando metti in mano una serie infinita di materiali in mano a qualcuno del genere il risultato è incredibile, ma sono anche artisti è sanno sorprendere con tutto quello che fanno. Questo è un disco per chi cerca l'evasione nella musica. Il ottimo risultato è più che garantito.

Voto 8,5/10
Five the Hierophant - Over Phlegethon
Dark Essence Records
Uscita 22.09.2017

martedì 19 settembre 2017

King Parrot - Ugly Produce: non esistono le mezze misure

(Recensione di Ugly Produce degli King Parrot)


Una delle segnali più importanti che ti portano a capire che stai facendo qualcosa d'importante è la sponsorizzazione di qualche famoso. Capiamoci, non sto parlando di un aspetto economico ma soltanto del fatto che qualcuno "grande" faccia complimenti sulla tua propria strada musicale. Com'è naturale i famosi hanno sempre uno sguardo particolare per scovare certe cose. Sanno che cosa hanno vissuto e qual è stato il processo che gli ha portati ad essere quello che sono, per quello hanno la capacità di capire molto più velocemente quando c'è del talento o meno in qualche artista. 

Ugly Produce

Gli australiani King Parrot sono stati inondati di parole dolci da parte di diversi personaggi essenziali nella storia del metal, come Phil Anselmo. Per quello l'arrivo di questo loro terzo disco, intitolato Ugly Produce, diventa un esame molto esaustivo di quello che sanno fare e del ruolo che piano piano si stanno conquistando. Credo che bastano pochi ascolti per capire come un personaggio come Anselmo vede in questa band quello che lui ama nella musica. Forse la cosa che unisce entrambi questi artisti è il fatto che non esistono barriere dentro quello che fanno. Sono dei pugili pronti a sferrare una serie infinita di pugni che si fermerà soltanto quando il loro rivale cadrà disteso al tappetto. Per quello questo disco non ha sosta, non ha artifici, non ha trucchi che allunghino il brodo. E' una bomba sonora a tutti gli effetti. Una bomba che esplode trascinando con sé tutto quello che c'è intorno. Questo è un disco così diretto che non da il tempo di iniziare a digerirlo che è già finito. Le sue dieci tracce non cercano di conquistare l'ascoltatore, è un lavoro che si ama o si odia, senza alcuna via di mezzo.

Ugly Produce

Ugly Produce non cerca il alcun modo di essere un disco piacevole, non vuole regalare momenti di apertura. E' dall'inizio alla fine un discorso continuo. E' una overdose di metal mescolato all'harcore. E' una macchina fuori di controllo che non accenna a fermarsi. I King Parrot risultano pesanti, asfissianti e sgradevoli. Non hanno peli sulla lingua e sono pronti a sparare su tutto, sulla nostra società, sul modo di essere di tante persone, sulla non vita che viviamo, o che ci fanno vivere. Sanno che l'unico modo di far diventare effettivo il loro discorso è quello di non usare mezze misure, di sparare fino ad aver scaricato tutto il caricatore. Per quello non c'è uno strumento, o una traccia vocale, che non siano graffianti, agitati e spregiudicati. Per quello ricordano molto il thrash degli anni 90, il punk dei 70 o l'harcore pure questo dei 90. Perché quella energia, messa a servizio di quel messaggio è qualcosa che oramai non si vede tanto. Sembra che nel rincoglionimento generale del mondo ci sia stato anche un modo di tacere tante di queste voci, anzi, si è diventati molto più estremisti, cercano di vivere in modi inesistenti, migliori o peggiori di quello che è veramente il nostro mondo.

Ugly Produce

Come ho detto prima Ugly Produce è un disco che si ama o si odia, ed è proprio questo il pregio che dobbiamo riconoscere ai King Parrot. Non vogliono risultare simpatici a tutti i costi ma non vogliono neanche essere quella voce fuori dal coro da venerare ed ammirare. Loro cantano quello che vedono, quello che vivono. Cantano il disastro di mondo che è diventato questo mondo. Vanno avanti su quella strada senza voler essere piacevoli, pionieri di qualche corrente di pensiero o altro. Loro non vogliono piacere perché non c'è niente di piacevole dentro di quello che fanno. Sono onesti come pochi, per quello o gli ami o gli odi.

King Parrot

Visto che c'è una grande linea di coerenza tra tutti i brani di questo lavoro è difficile individuarne qualcuna specifica da approfondire, ma per darvi un po' la visione di quello che può essere questo disco pesco la prima e l'ultima traccia.
Entrapment apre questo disco con l'energia in alto sin dal primo riff di chitarra. Ripeto, qua stiamo di fronte agli ereditieri di un modo, più che un genere, di vivere la musica. Per quello questo è un costante bombardamento di 2 minuti e 49 secondi. Il primo round è andato e l'avversario fa già fatica a reggersi in piedi.  
Spookin' the Animals è il brano più lungo di questo lavoro, essendo l'unico che supera i 4 minuti. Forse, dentro a quello che è il margine nel quale si muove la band, è possibile affermare che si tratta del brano più "riflessivo" quello che lascia piccoli spiragli dai quali si può, brevemente, respirare. 


Non credo che una società perfetta riesca mai ad essere reale, è qualcosa di utopico, ma se ci avviciniamo a viverne una di quel genere è essenziale che si ascoltino tutte le voci possibili, perché quella differenza di vedute molto spesso mostrerà la realtà. In quell'ambito una voce come quella dei King Parrot è fondamentale, perché non cerca di mascherare le cose, le dice come sono e basta. Ugly Produce è brutale ma è vero, e quello è quello che veramente conta.

Voto 7,5/10
King Parrot - Ugly Produce
Agonia Records
Uscita 22.09.2017

lunedì 18 settembre 2017

Epitaph - Claws: il ritorno che fa bene

(Recensione di Claws degli Epitaph)


Il ritorno. Può essere una tappa fondamentale nel percorso di ciascuno. Un porto d'arrivo dopo aver vissuto una personale odissea. Ma può essere una specie di "pit stop", un modo di ricaricare le pile prima di continuare con quello che uno si era prefissato. Ma ci sono ancora altre possibilità, perché un ritorno può essere anche una resa, un modo di dire "non ce l'ho fatta". Insomma, come concetto è sempre forte, perché tornare a qualcosa che si conosce è uno degli atti che possono essere realizzati con la maggior consapevolezza.

Nel caso dei veronesi Epitaph il ritorno sembra rigenerante, sembra il proseguo di una strada già molto definita, chiudendo così una parentesi bella lunga. Bisogna infatti pensare che durante una ventina d'anni questo progetto è rimasto congelato per riprendere vita soltanto nel 2014. Come capita spesso quando i ritorni sono molto graditi e danno dei bei frutti l'entusiasmo schizza alle stelle e la voglia di scrivere nuove pagine diventa una conseguenza naturale. Tradotto in altre parole Claws, disco del quale vi parlo questo oggi, è la dimostrazione di un atto dovuto e molto gradito. Ma cosa fa di questo disco una nuova vera proposta e non un semplice esercizio nostalgico? Per rispondere a questa domanda bisogna assolutamente ascoltare il disco. E' innegabile che il sound della band non è odierno ma quello che viene fuori è una nuova luce dentro ad un genere molto coriaceo come il doom, nel loro caso con un importante tocco progressivo. Questo tocco non è dovuto a contaminazioni con altri generi o stravolgimenti che diano luogo a dibattiti sulla natura più o meno azzeccata di queste novità. No, nel loro caso questo contributo può essere riassunto in questa idea: gli Epitaph hanno composto un disco pregevolissimo.

Claws

Per me risulta sempre molto delicato il confine che si crea quando si è immersi dentro a un genere con una chiara sonorità "classica". E' molto delicato perché basta un nulla per cadere nell'imitazione e allo stesso tempo risulta molto difficile regalare nuovi aspetti ed idee inedite. Per quello credo che Claws abbia un peso molto pesante. Ed il perché di questa buona riuscito dev'essere cercata nella capacità musicale dei quattro componenti degli Epitaph. Sin dalla prima nota si sente che non siamo di fronte a musicisti alle prime armi ma chi suona in questo disco conosce perfettamente il mestiere. Ma questo non basta per costruire un bel disco. E' necessaria una comunione tra la capacità interpretativa e quella compositiva. Ed è proprio qua che questo disco scoppia. Le cinque tracce che formano questo lavoro son intense, vissute, a tratti epiche, sono cinque racconti inglobati nella stessa opera. Sono lavori guidati da una voce importante, che mostra la strada. Sono lavori dove la chitarra assume il ruolo principe della chitarra, cioè essere, in un certo modo, lo strumento re del rock e del metal, lo strumento che dà le principali caratteristiche musicali a quello che si suona, infatti è molto logica la scelta di un sound che ci porta indietro nel tempo alla fine degli anni settanta. Ma tutto questo non avrebbe senso, o si disperderebbe, se non fosse per la basse ritmica compatta e sorprendente di basso e batteria. Questa base non si limita assolutamente a sorreggere i restanti componenti del gruppo ma si ricava l suo spazio dove diventa assolutamente protagonista dando mostra di divertimento. Cosa intendo con divertimento? Che si sente che c'è un groove ed una confidenza tale d'acconsentire di andare oltre a quello che basterebbe per dare ancora più elementi alle costruzioni sonore della band.

Non sono mai stato troppo amico degli esercizi nostalgici, del tornare a sentirsi giovani come se si fosse vittime di una crisi che ci obbliga a regredire. La meraviglia di questo Claws è che quest'impressione non esce mai fuori. Non sembra di stare di fronte a quattro "vecchietti" che ricordano i loro tempi d'oro. Gli Epitaph sono tornati con grandissima personalità e con la voglia di dimostrare che con intelligenza l'esperienza si traduce in grandi lavori.

Epitaph

Basta ascoltare la traccia d'apertura del disco, Gossamer Claws, per rendersene conto di quello che certo di raccontarvi. La chitarra è indemoniata e riesce ad esserlo ancora di più grazie alla base frenetica che ha sotto. La voce entra pronta a fare interventi molto interessanti dove le armonizzazioni non mancano. C'è quel sapore di qualcosa classico ma un'aria tutta nuova che sorprende.
Sizigia è invece un brano dove rimane in evidenza la capacità musicale dei tre strumentisti. Particolarmente piacevoli sono gli interventi del basso, che sfoggia un ampio repertorio dando una serie di sfumature trascinanti. Ma è anche il lavoro corale, la capacità di andare da una parte all'altra quella che ingrandisce questo lavoro.


Personalmente non so cosa, nello specifico, avrà portato gli Epitaph a tornare insieme e a comporre nuovo materiale ma posso dire che una scelta del genere è veramente da ringraziare, perché Claws è un disco suonato, traspirato e vissuto, e all'ascoltatore tutto questo arriva. Con lo spirito originale di quello che era il doom originalmente ma con la voglia di regalare nuove idee. Bentornati.

Voto 8/10
Epitaph - Claws
High Roller Records
Uscita 22.09.2017